Molto spesso nel mondo del fitness così come in quello più specifico del body building ci si imbatte
in soggetti che sembrano vivere esclusivamente in funzione dell’ammirazione che suscitano negli
altri.
È un po’ come se per certe persone la loro stessa presenza in palestra fosse giustificata
esclusivamente dal desiderio di essere superiori alla media. Come cosa di per sé non rappresenta
un problema, ma rischia di diventare fonte di frustrazione quando ci si rende conto che, nonostante
i propri sforzi, non si raggiunge mai quell’ideale di perfezione così fortemente radicato nella propria
mente. Questa concezione della competizione come strumento per essere sempre e comunque
migliori degli altri non è ovviamente una prerogativa del fitness e del body building, esistono
numerosi sport in cui, specie durante i primi anni di allenamento, alcuni soggetti trasformano
l’entusiasmo iniziale in un costante senso di superiorità rispetto agli altri.
È ovvio tuttavia che la cosa crea diversi problemi non solo di natura caratteriale (alcuni sviluppano
comportamenti talmente arroganti da essere spesso richiamati dai loro stessi insegnanti per
questo motivo), ma anche sul piano della prestazione atletica. Se la ragione che sta alla base dei
propri sacrifici e del proprio impegno è solo ed esclusivamente la necessità di sentirsi superiori
rispetto alla massa allora si sta costruendo una casa sulla sabbia. Se infatti è solo l’approvazione
degli altri ciò che ci spinge ad avanzare nel nostro percorso d’allenamento appena questa viene
meno per qualsiasi motivo ecco che allora tutto crolla. Tutto questo avviene soprattutto perché non
si sta prestando attenzione a quello che è l’avversario più temibile e difficile da battere: se stessi.

Migliorarsi per gli altri o migliori per noi stessi?

L’allenamento infatti non deve essere inteso come una costante lotta per affermare la propria superiorità sugli altri, ma come un’intensa occasione di crescita psicofisica da sfruttare. Questo concetto sta alla base del mondo del fitness e del body building, l’obiettivo non è diventare migliori di qualcun altro, l’obiettivo è cercare in tutti i modi di diventare migliori della persona che eravamo ieri. Sulla base di queste premesse è evidente che la gestione della competizione va ripensata nel profondo perché è chiaro che non è partendo dal modo in cui vediamo gli altri che si può imparare a controllarla. Il lavoro su sé stessi è alla base di molte discipline sportive perché come ben sanno gli atleti con più esperienza se non si è sufficientemente maturi da conoscersi pienamente anche il successo rischia di diventare solo un’altra forma di sconfitta. Questo processo parte dalla presa di coscienza dei propri limiti quindi il primo passo per affrontare la competizione è partire facendosi una domanda:

quanto sono disposto a cambiare per ottenere quello che voglio?

Molto spesso la risposta non è così scontata perché ciascuno di noi intraprende un determinato
percorso con ragioni ben diverse l’uno dall’altro e non è detto che le proprie ragioni siano
sufficientemente forti da reggere il cambiamento necessario. È indispensabile quindi imparare ad
essere pienamente onesti con sé stessi quando si decide di intraprendere un determinato percorso
nel body building perché non valutare la forza delle proprie ragioni può costare molto caro. In
conclusione si capisce in modo abbastanza chiaro come nel body building così come nello sport in
generale la competizione ha ben poco a che fare con gli altri ed ha moltissimo a che fare con sé
stessi. La vittoria dev’essere funzionale alla difesa della realizzazione dei propri sogni quindi non
dev’essere vista come un mezzo per schiacciare gli altri e per affermare costantemente la propria
superiorità, vera o presunta che sia.

Prof. Antonio Parroni

Prof. Antonio Parroni

Personal trainer

Diplomato ISSA Europe

Shibumi Shiatsu School
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